L'Amore è per se stesso Immobile
solo Principio e Causa del Movimento
T.S. Eliot
Mi ha sempre affascinato il momento preciso in cui,
mentre il pubblico attende seduto,
la porta sul palcoscenico
si apre e l'artista
appare illuminato dalle luci della scena,
ovvero,
scegliendo l'altra prospettiva,
il momento in cui l'artista che sta in attesa
nella semioscurità
vede aprirsi quella stessa porta,
che rivela le luci,
il palcoscenico e il pubblico.
Mentre rifletto su quanto ho scritto,
capisco che entrare
nella luce è anche una potente metafora della coscienza,
della nascita della mente che conosce,
del comparire,
semplice eppur grave,
del senso di sè nel mondo mentale.
A.Damasio
Gli esseri umani sono come parte di un corpo,
creati dalla stessa essenza.
Quando una parte è
ferita e duole,
le altre non possono restare in pace
e in silenzio.
Se la miseria degli altri ti lascia
indifferente,
e senza sentimenti di pietà,
non puoi essere chiamato Essere Umano.
SA'ADI XIII sec,
Persiano
Vieni,
o Sonno!
Sonno punto certo di Pace.
Posto dello spirito,
balsamo del dolore.
La ricchezza del povero,
la Libertà del prigioniero.
Giudice imparziale tra chi
sta in Alto
e chi sta in basso
P. Sidney
"TiC TaC"TemPo che PaSSa
DESIderi IN VoLo
Chiudi gli Occhi ed Esprimi un Desiderio.
Aprili e Prova a Realizzarlo...
...Mai ti si concede un desiderio
senza che inoltre
ti sia concesso
il potere
di farlo avverare.
Può darsi che tu debba faticare
per questo
tuttavia.
CoMeTe
FoTo
My BuTTon
NeL MiO PreSenTe
Sono Cadute *loading* SteLLe...
LiberaMente
Il corso della nostra vita
è simile a un mosaico
non possiamo riconoscerlo e giudicarlo
prima di esser giunti
a una certa distanza.
A.Schopenauer
Un pizzico di tempo per lasciarvi un saluto...
sono in partenza, sarò di ritorno venerdì.
Uff... mi è presa proprio male stavolta.
Non mi sono mai sentita tanto insicura come ora.
Sarà che ho investito così tanto che il timore di non riuscire e di tornare a casa delusa, è molto forte.
Un bel respirone e Go On.
Un pò di tempo fa due cari amici "AdorabileCla"
e "Peppegar" mi hanno chiesto scherzosamente di scrivere L'ABC della felicità.
In privato, anche altri amici mi hanno posto diverse domande sull’argomento
(Non temete la vostra identità è al sicuro ^_^)
e quindi, ho deciso di rispondervi o meglio, finalmente, trovo il tempo di farlo.
Io forse, vi deluderò perché non ho una risposta da manuale…
Spontaneamente mi verrebbe da dire:
“Ma io che ne so…”
Anche a me è capitato di pensare a come fare per potermi ritrovare tra 100 anni (troppi?) con un sorriso stampato sulla faccia, risultato non di una soddisfazione momentanea, ma espressione di uno stato d’animo più profondo e vero, di una vita “felice” che per me, da un po’ di tempo equivale a vivere come si desidera, senza rinunciare a se stessi.
Ogni epoca, ogni cultura ha avuto un proprio modello:
il santo, l’eroe, il gentiluomo, il cavaliere, il mistico…
E i nostri modelli?
La bellezza, la perfezione, il successo, i soldi,
il potere … (?)
Ma anche una famiglia, gli amici, un lavoro sicuro, l’essere ben adattati e privi di problemi … (?)
Perché tutto ciò mi sembra in realtà un surrogato estremamente pallido e dubbio?
Perché mi sembra che la mia interiorità resti incagliata, deformata, repressa, negata in questi ideali?
E quindi, niente lista di pratici suggerimenti!
Però, vorrei condividere con voi una storia in cui mi sono imbattuta per uno dei miei esami e che per me è stata un utile occasione di riflessione.
Di quelle parti che di solito, si tende a saltare perchè si sa che il prof. all'esame non chiederà mai...
ma per fortuna, ho l'abitudine di soffermarmi anche sull'apparente inutilità.
Inutilità che racconta l’importanza di vivere autenticamente, di scegliere i propri ideali, quelli per cui lottare, di fare progetti pensando a quelli che ci fanno sorridere, di concedersi pianti, errori, ribellioni, imperfezioni.
Lasciare la propria impronta al mondo non significa confonderla con tutte le altre, così come essere felici non significa seguire un decalogo universalmente riconosciuto dal buon senso.
Come dire che ognuno ha la sua propria felicità.
E forse, la felicità ha bisogno di quel coraggio che ci permette di discostarci un pò dal mondo e di avvicinarci di più a noi stessi.
Forse, all'esperienza della sopravvivenza, si dovrebbe lasciar prevalere quella dell'esistenza che può solo essere per certi versi simile, ma mai uguale a quella di qualcun'altro.
Vi lascio in compagnia di una sintetica e personalizzata esposizione della trama di un breve romanzo scritto da Tolstoj nel 1886,
intitolato "La morte di Ivan Il'ic", tutto incorniciato da un mio abbraccio.
"La storia della vita di Ivan Il'ic era la più semplice,la più comune, la più terribile...".
Secondo di tre figli, non era - dice l'autore -
"nè freddo e meticoloso come il maggiore, nè sfrontato come il minore: era una via di mezzo tra i due: intelligente, vivace, simpatico, ammodo".
Compie gli studi di giurisprudenza, seguendo la carriera del padre, mostrandosi già in questo ambito quello che sarà per tutta la vita: "una persona capace, gioviale e socievole, ma che seguiva coscienziosamente tutto quello che era ritenuto suo dovere;
ed egli riteneva suo dovere tutto quello che era ritenuto tale dalle persone altolocate".
Nei confronti di queste ultime la meta principale era di appropriarsi delle loro maniere e delle loro idee e di stringere con loro relazioni amichevoli.
Costruisce così la sua vita nel segno dell'ubbidienza, mantenendo peraltro una certa spensieratezza.
Terminati gli studi va a occupare un posto di "funzionario con incarichi speciali presso il governatore" che gli aveva procurato il padre.
E anche quì si dimostra nel suo ufficio "straordinariamente riservato, formale e persino severo, ma in società spesso frivolo e spiritoso, sempre affabile".
Non mancano le storie sentimentali, nè le avventure, ma come egregiamente scrive Tolstoj:
"... tutto ciò non si poteva definire con brutte parole:
tutto ciò poteva essere rubricato soltanto sotto la massima francese "il faut que jeunesse se passe".
Tutto veniva fatto con mani pulite, con camicie pulite, con parole francesi e soprattutto nella più eletta società, quindi con il beneplacito delle persone altolocate".
Successivamente accetta l'incarico di giudice istruttore in un'altra provincia anche se ciò comporta l'abbandono di tutte le relazioni che fino ad allora aveva intrecciato.
Nella nuova mansione si dimostra altrettanto capace di separare gli impegni dell'impegno dalla vita privata e di conquistare il rispetto di tutti senza abusare del maggiore potere che gli era stato conferito.
Nella nuova sede Ivan Il'ic conosce Prasco' ja Fedorovna, ragazza attraente, intelligente, di buona famiglia nobile e " con una piccola sostanza". Tolstoj scrive: "Dire che Ivan Il'ic si sposava perchè era innamorato della sua fidanzata e in lei aveva trovato piena comprensione per la sua visione del mondo, sarebbe stato altrettanto ingiusto quanto sostenere che si sposava perchè la gente della sua cerchia approvava quel partito.
Ivan Il'ic si sposava per tutte e due le ragioni".
"La carriera è l'unica appariscenza di un divenire ed egli la percorre come un tram sulle sue rotaie: qualche scossone, qualche fermata, ma nulla di più.
La gente (colleghi, amici adeguati al suo rango, congiunti, ma solo quelli sufficientemente partecipi del suo decoro) vi sale, percorre brevi o più lunghi tratti di strada, smonta, perdendosi nella dimenticanza".
Ivan Il'ic raggiunge così quella che si configura essere la stazione di arrivo: il grado più elevato per una carriera nell'amministrazione della Giustizia e il trasloco in una casa a perfetta misura del personaggio.
Dice Tolstoj che nella nuova casa "c'era tutto quello che escogitano le persone di un certo ceto per assomigliare a tutte le persone di quello stesso ceto.
Da questo punto di vista la casa di Ivan Il'ic era assolutamente esemplare, indistinguibile, ma a lui tutto sembrava molto originale.
Durante un compiaciuto esercizio di manualità decorativa egli casca da una scala, per un affare di tende, picchia il fianco sulla maniglia della finestra e da quel piccolo, insignificante trauma si affaccia nell'ordine un punto di rottura.
Un dolore progressivo al fianco, un gusto amaro in bocca, inizialmente sottovalutati, diventano gradualmente un'oscura minaccia.
Egli tenta dapprima di negarla, in perfetta sintonia con parenti e amici (una banalità, una cosa passeggera, uno "scossone del tram"),
in nome dell'incorruttibile continuità di tutte le cose del suo mondo.
Ma a un certo punto ogni tentativo di occultamento frana.
Scrive Tolstoj: "... all'improvviso la questione gli parve sotto una luce completamente diversa: macchè intestino cieco, macchè rene!
Non è una questione di un intestino cieco o di un rene, è una questione di vita e... di morte".
Evasioni e distrazioni non impediscono a Ivan Il'ic di percepire la morte; ne aveva sentito parlare sin dai banchi di scuola quando imparò il sillogismo:
Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale.
Questo sillogismo, per tutta la vita, gli era sembrato sempre giusto,
ma solo in relazione a Caio, non in relazione a se stesso.
Un conto era Caio, l'uomo in generale, un conto era lui,
"che non era Caio, nè l'uomo in generale, ma un essere particolare, diverso completamente da tutti gli altri".
Nel silenzio della sua solitudine Ivan Il'ic riesce, forse per la prima volta, a riattraversare criticamente la propria vita, forse per la prima volta sente emergere dentro di sè non una voce articolata
e sentenziosa (il linguaggio degli altolocati) ma la propria voce.
Rivà indietro con la memoria, in cerca di conferme della sua convinzione di essere semplicemente vissuto "bene, piacevolmente"; ma, con un progressivo raccapriccio,
rintraccia solo nella sua lontanissima infanzia, solo in qualche momento della sua adolescenza, "qualcosa di effettivamente piacevole che sarebbe pronto a rivivere se potesse tornare indietro".
Ma la persona che aveva provato quei momenti piacevoli non c'era più: sembrava il ricordo di qualcun altro.
Tutto ciò porta Ivan Il'ic alla consapevolezza della sua non esistenza, del suo essersi sempre mantenuto nell'ambito della sopravvivenza.
Arriva fino al punto di distinguere, nella sua vita, le rare tentazioni che lo avevano portato fino alle soglie di una qualche possibile trasgressione: "certe sue velleità di lotta, appena percettibili
contro ciò che era ritenuto buono dalle altre persone più altolocate,
tentazioni appena accennate che si era affrettato ad allontanare da sè. "E questo suo sapere provoca un nuovo dolore, un dolore vero:
il suo aver fatto tutto secondo il dovere, l'obbedienza alle regole, aveva ucciso la sua personale possibilità di volere;
la scelta per la sopravvivenza aveva distrutto la sua esistenza".
Gli rimanevano 3 giorni di vita e sempre più si evidenziava in lui la necessità di dare un senso al suo scomparire.
Proprio prima di morire nasce in lui qualcosa di nuovo:
guarda sua moglie finalmente come "una persona" e le lacrime lavano via ogni decoro, riconosce ed è riconosciuto, forse per la prima volta dal figlio.
Ma che cosa fare?
"Come riscattare in pochi istanti una intera non esistenza?
Forse trasgredire le regole;
con una propria autentica intenzionalità volere morire per liberare gli altri, pietosamente, dalla attesa mortificante della propria agonia".
Tesorini Miei, scrivo in un momento di pausa, in tutta fretta per lasciare a Tutti un saluto e un Abbraccio
( di quelli miei ) Strettissimi!!!
Non sono stata mangiata dall'ovetto mattarello, ma risucchiata dai libri... immersioni quotidiane di circa 12/14 ore.
Ormai ci siamo... per me comincia il conto alla rovescia a partire da oggi -3
Domenica mattina parto per Chieti e il 16 ho il primo esame.
A seguire gli altri due il 20 e il 21
(Dicono che rivelare le date porti Sfiga...
beh, vedremo!)
Spero di tornare con ottime notizie
(Ma sì... siamo moderatamente Ottimisti che Aiuta!)
Ritorno a studiare altrimenti mi sentirò in colpa e avrò innumerevoli effetti collaterali come attacchi di panico sulle scale e difficoltà a deglutire all'ora di pranzo.
Vi porto con me nel taschino del mio cuoricino
(a puro scopo egoistico) nella convinzione che mi porterete Fortuna.
Bacioni ^_^
Iara
Oggi, mi sono letteralmente ribellata all'ora legale.
Mi sono imposta alle regole del tempo, rubando quelle ore che mi servivano.
Mi sono svegliata alle 7.00
(in realtà, erano già le 8.00... ma che importa?
Mi sono detta...
tanto il mio orologio non lo sapeva!)
e così, ho proseguito tranquillamente la mia Domenica con 1 ora di ritardo, sentendomi
in totale affinità con gli intercity...
treno su cui salirò davvero Martedì mattina
per andare a Roma.
Essì. Vado a prendermi quello di cui ho bisogno... senza alcuna deviazione di sorta.
Ops... ora posso anche spostarla quell'ora
in avanti... ^_^
Open skies are falling
tears are coming down
like a drop of rain falls to the ocean
and comes back around.
Essì che mi racconto un aneddoto per il bisogno di riflettere sorridendo.
Si narra che ci fosse un principe nell'antica Cina che si trovò ad affrontare un problema che aveva già affrontato suo padre,
il padre di suo padre, il padre del padre di suo padre, eccetera,eccetera, senza riuscirci: ossia, le piene del fiume che durante le grandi piogge inondavano e distruggevano tutte le campagne circostanti. Fino ad allora, il padre di Hu (così si chiamava), il padre di suo padre e il padre del padre di suo padre, avevano fatto costruire delle dighe sempre più alte e più imponenti, delle muraglie sempre più alte e più imponenti, con il risultato che l'acqua, con le grandi piogge, aumentava,aumentava, aumentava fino a che travolgeva la diga, le macerie della diga travolgevano le muraglie e le macerie delle muraglie travolgevano le case e i raccolti. Hu, ordinò ai suoi sudditi, i quali increduli, ma devoti ubbidirono, di non costruire alcuna diga, di non costruire alcuna muraglia, ma di scavare delle grandi buche, dei fossati intorno alla città.
Quando arrivò il periodo delle piogge, l'acqua, invece che accatastarsi ed aumentare, entrò nelle buche, entrò nei fossati, nei canali intorno la città e passò senza creare danni... E non solo... Hu, che divenne Hu il grande, fece poi costruire delle macine per il riso che funzionavano con il passaggio dell'acqua...