L'amore è sempre paziente e gentile... non è mai geloso... l'amore non è presuntuoso o pieno di sè... non è mai scortese o egoista... non si offende e non porta rancore... l'amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri, ma si nutre della vita... è sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare... !

Le MiE ALi
La Vita, i Sogni, i Desideri, L'Amore e Tutto ciò che mi fa Battere il Cuore
Le MiE CaTeNe
La Violenza, L'Ipocrisia, L'Egoismo, L'Indifferenza
CaRiLLoN
Melodie che fanno vibrare le Corde dell'Anima




LaSciA una TraCCiA di Te

RIFLESSI/oni Di...
MeMoRieS
oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---
CoLoRanDo I PenSieRi
CoRiAnDoLi Di LuCe
E' necessario ritagliare l'esperienza umana per poter osservare e operare rispetto al suo infinito e inafferrabile fluire...

Se non scendi dall'autobus al tempo debito, dovrai necessariamente aspettare la prossima fermata, e non sarà più così vicina a casa!

A volte le Parole sono Inutili Decorazioni.
Altre volte, Splendidi Ricami.
PoLveRe Di STeLLe
L'Amore è per se stesso Immobile
solo Principio e Causa del Movimento
T.S. Eliot

Mi ha sempre affascinato il momento preciso in cui, mentre il pubblico attende seduto, la porta sul palcoscenico si apre e l'artista appare illuminato dalle luci della scena, ovvero, scegliendo l'altra prospettiva, il momento in cui l'artista che sta in attesa nella semioscurità vede aprirsi quella stessa porta, che rivela le luci, il palcoscenico e il pubblico. Mentre rifletto su quanto ho scritto, capisco che entrare nella luce è anche una potente metafora della coscienza, della nascita della mente che conosce, del comparire, semplice eppur grave, del senso di sè nel mondo mentale. A.Damasio

Gli esseri umani sono come parte di un corpo, creati dalla stessa essenza. Quando una parte è ferita e duole, le altre non possono restare in pace e in silenzio. Se la miseria degli altri ti lascia indifferente, e senza sentimenti di pietà, non puoi essere chiamato Essere Umano. SA'ADI XIII sec, Persiano

Vieni, o Sonno! Sonno punto certo di Pace. Posto dello spirito, balsamo del dolore. La ricchezza del povero, la Libertà del prigioniero. Giudice imparziale tra chi sta in Alto e chi sta in basso P. Sidney


"TiC TaC"TemPo che PaSSa
DESIderi IN VoLo
Chiudi gli Occhi ed Esprimi un Desiderio. Aprili e Prova a Realizzarlo... ...Mai ti si concede un desiderio senza che inoltre ti sia concesso il potere di farlo avverare. Può darsi che tu debba faticare per questo tuttavia.
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Il corso della nostra vita è simile a un mosaico non possiamo riconoscerlo e giudicarlo prima di esser giunti a una certa distanza. A.Schopenauer
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Ciao! Porta Con Te il Mio Sorriso ^_^




CLiCK TiMe


martedì, 29 maggio 2007

Mi sta Scoppiando un Tale Casino Dentro

che Non si Immagina...!

 

Sogna, ragazzo sogna

E ti diranno parole

rosse come il sangue, nere come la notte
ma non è vero, ragazzo,
che la ragione sta sempre col più forte;
io conosco poeti
che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti
che sanno parlare con il cielo.

Chiudi gli occhi, ragazzo,
e credi solo a quel che vedi dentro
stringi i pugni, ragazzo,
non lasciargliela vinta neanche un momento
copri l'amore, ragazzo,
ma non nasconderlo sotto il mantello;
a volte passa qualcuno,
a volte c'è qualcuno che deve vederlo.

Sogna, ragazzo, sogna
quando sale il vento nelle vie del cuore,
quando un uomo vive per le sue parole
o non vive più.

Sogna, ragazzo, sogna,
non lasciarlo solo contro questo mondo,
non lasciarlo andare, sogna fino in fondo,
fallo pure tu!

Sogna, ragazzo, sogna
quando cala il vento ma non è finita,
quando muore un uomo per la stessa vita
che sognavi tu.

Sogna, ragazzo, sogna,
non cambiare un verso della tua canzone,
non lasciare un treno fermo alla stazione,
non fermarti tu!

Lasciali dire che al mondo
quelli come te perderanno sempre,
perché hai già vinto, lo giuro,
e non ti possono fare più niente.
Passa ogni tanto la mano
su un viso di donna, passaci le dita;
nessun regno è più grande
di questa piccola cosa che è la vita.

E la vita è così forte
che attraversa i muri senza farsi vedere;
la vita è così vera
che sembra impossibile doverla lasciare;
la vita è così grande
che "quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire".

Sogna, ragazzo sogna,
quando lei si volta, quando lei non torna,
quando il solo passo che fermava il cuore
non lo senti più.

Sogna, ragazzo, sogna,
passeranno i giorni, passerrà l'amore,
passeran le notti, finirà il dolore,
sarai sempre tu ...

Sogna, ragazzo sogna,
piccolo ragazzo nella mia memoria,
tante volte tanti dentro questa storia:
non vi conto più.

Sogna, ragazzo, sogna,
ti ho lasciato un foglio sulla scrivania,
manca solo un verso a quella poesia,
puoi finirla tu.


Più pigra sta sognando la luna, stasera:
bellezza che lieve su un mucchio di cuscini

distratta, prima di dormire,
s'accarezza la curva dei seni

e su cascate di raso s'abbandona,
morendo, a deliqui infiniti, e gira gli occhi
dove bianche visioni salgono nell'azzurro come fiori.
Dal suo languore quando sulla terra
fila segreta una lacrima,un poeta adorante e al sonno ostile
nella mano raccoglie, iridescente, e lo nasconde
lontano dagli occhi del sole, nel suo cuore.

 

Charles Baudelaire



....E come se non bastasse domani ho l'elettrocardiogramma!

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giovedì, 24 maggio 2007
 


Ieri sera, sul davanzale della mia finestra
ho scoperto
questo tenerissimo uccellino.
EhM... Vabbè, confesso....
è stato LaSi a trovarlo per primo.
^_^



Me ne sono innamorata all'istante e avrei tanto voluto adottarlo.
Già immaginavo un'allegra e dolcissima sveglia
con tutti quei Cip... Cip... Cip...
E' rimasto lì tutta la notte...
poi, questa mattina presto,
L'ho Visto
Aprire le Ali e Spiccare il Volo.
Ho Pensato...
Chissà se gli uccelli prima di volare
decidono in che direzione andare
o se invece, semplicemente vanno...
Seguendo il Vento...


da Gli Uccelli di Killingworth
Henry Wadsworth Longfellow


Hai mai pensato come possono essere meravigliosi?
Hai mai pensato a chi li ha creati,
a chi ha insegnato loro la lingua che parlano,
dove le melodie sono le sole interpreti del pensiero?
Dove le sole parole familiari sono canzoni in molte chiavi,
più dolci di ogni strumento che l'uomo abbia mai suonato!


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giovedì, 17 maggio 2007
Un pò di tempo fa due cari amici "AdorabileCla"
e "Peppegar" mi hanno chiesto scherzosamente di scrivere L'ABC della felicità.
In privato, anche altri amici mi hanno posto diverse domande sull’argomento
(Non temete la vostra identità è al sicuro ^_^)
e quindi, ho deciso di rispondervi o meglio, finalmente, trovo il tempo di farlo.
Io forse, vi deluderò perché non ho una risposta da manuale…
Spontaneamente mi verrebbe da dire:
“Ma io che ne so…”
Anche a me è capitato di pensare a come fare per potermi ritrovare tra 100 anni (troppi?) con un sorriso stampato sulla faccia, risultato non di una soddisfazione momentanea, ma espressione di uno stato d’animo più profondo e vero, di una vita “felice” che per me, da un po’ di tempo equivale a vivere come si desidera, senza rinunciare a se stessi.
Ogni epoca, ogni cultura ha avuto un proprio modello:
il santo, l’eroe, il gentiluomo, il cavaliere, il mistico…
E i nostri modelli?
La bellezza, la perfezione, il successo, i soldi,
il potere … (?)
Ma anche una famiglia, gli amici, un lavoro sicuro, l’essere ben adattati e privi di problemi … (?)
Perché tutto ciò mi sembra in realtà un surrogato estremamente pallido e dubbio?
Perché mi sembra che la mia interiorità resti incagliata, deformata, repressa, negata in questi ideali?
E quindi, niente lista di pratici suggerimenti!
Però, vorrei condividere con voi una storia in cui mi sono imbattuta per uno dei miei esami e che per me è stata un utile occasione di riflessione.
Di quelle parti che di solito, si tende a saltare perchè si sa che il prof. all'esame non chiederà mai...
ma per fortuna, ho l'abitudine di soffermarmi anche sull'apparente inutilità.
Inutilità che racconta l’importanza di vivere autenticamente, di scegliere i propri ideali, quelli per cui lottare, di fare progetti pensando a quelli che ci fanno sorridere, di concedersi pianti, errori, ribellioni, imperfezioni.
Lasciare la propria impronta al mondo non significa confonderla con tutte le altre, così come essere felici non significa seguire un decalogo  universalmente riconosciuto dal buon senso.
Come dire che ognuno ha la sua propria felicità.
E forse, la felicità ha bisogno di quel coraggio che ci permette di discostarci un pò dal mondo e di avvicinarci di più a noi stessi.
Forse, all'esperienza della sopravvivenza, si dovrebbe lasciar prevalere quella dell'esistenza che può solo essere per certi versi simile, ma mai uguale a quella di qualcun'altro.
Vi lascio in compagnia di una sintetica e personalizzata esposizione della trama di un breve romanzo scritto da Tolstoj nel 1886,
intitolato "La morte di Ivan Il'ic", tutto incorniciato da un mio abbraccio.

 "La storia della vita di Ivan Il'ic era la più semplice,la più comune, la più terribile...".

Secondo di tre figli, non era - dice l'autore -
"nè freddo e meticoloso come il maggiore, nè sfrontato come il minore: era una via di mezzo tra i due: intelligente, vivace, simpatico, ammodo".
Compie gli studi di giurisprudenza, seguendo la carriera del padre, mostrandosi già in questo ambito quello che sarà per tutta la vita: "una persona capace, gioviale e socievole, ma che seguiva coscienziosamente tutto quello che era ritenuto suo dovere;
ed egli riteneva suo dovere tutto quello che era ritenuto tale dalle persone altolocate".
Nei confronti di queste ultime la meta principale era di appropriarsi delle loro maniere e delle loro idee e di stringere con loro relazioni amichevoli.
Costruisce così la sua vita nel segno dell'ubbidienza, mantenendo peraltro una certa spensieratezza.
Terminati gli studi va a occupare un posto di "funzionario con incarichi speciali presso il governatore" che gli aveva procurato il padre.
E anche quì si dimostra nel suo ufficio "straordinariamente riservato, formale e persino severo, ma in società spesso frivolo e spiritoso, sempre affabile".
Non mancano le storie sentimentali, nè le avventure, ma come egregiamente scrive Tolstoj:
"... tutto ciò non si poteva definire con brutte parole:
tutto ciò poteva essere rubricato soltanto sotto la massima francese "il faut que jeunesse se passe".
Tutto veniva fatto con mani pulite, con camicie pulite, con parole francesi e soprattutto nella più eletta società, quindi con il beneplacito delle persone altolocate".
Successivamente accetta l'incarico di giudice istruttore in un'altra provincia anche se ciò comporta l'abbandono di tutte le relazioni che fino ad allora aveva intrecciato.
Nella nuova mansione si dimostra altrettanto capace di separare gli impegni dell'impegno dalla vita privata e di conquistare il rispetto di tutti senza abusare del maggiore potere che gli era stato conferito.
Nella nuova sede Ivan Il'ic conosce Prasco' ja Fedorovna, ragazza attraente, intelligente, di buona famiglia nobile e " con una piccola sostanza". Tolstoj scrive: "Dire che Ivan Il'ic si sposava perchè era innamorato della sua fidanzata e in lei aveva trovato piena comprensione per la sua visione del mondo, sarebbe stato altrettanto ingiusto quanto sostenere che si sposava perchè la gente della sua cerchia approvava quel partito.
Ivan Il'ic si sposava per tutte e due le ragioni".
"La carriera è l'unica appariscenza di un divenire ed egli la percorre come un tram sulle sue rotaie: qualche scossone, qualche fermata, ma nulla di più.
La gente (colleghi, amici adeguati al suo rango, congiunti, ma solo quelli sufficientemente partecipi del suo decoro) vi sale, percorre brevi o più lunghi tratti di strada, smonta, perdendosi nella dimenticanza".
Ivan Il'ic raggiunge così quella che si configura essere la stazione di arrivo: il grado più elevato per una carriera nell'amministrazione della Giustizia e il trasloco in una casa a perfetta misura del personaggio.
Dice Tolstoj che nella nuova casa "c'era tutto quello che escogitano le persone di un certo ceto per assomigliare a tutte le persone di quello stesso ceto.
Da questo punto di vista la casa di Ivan Il'ic era assolutamente esemplare, indistinguibile, ma a lui tutto sembrava molto originale.
Durante un compiaciuto esercizio di manualità decorativa egli casca da una scala, per un affare di tende, picchia il fianco sulla maniglia della finestra e da quel piccolo, insignificante trauma si affaccia nell'ordine un punto di rottura.
Un dolore progressivo al fianco, un gusto amaro in bocca, inizialmente sottovalutati, diventano gradualmente un'oscura minaccia.
Egli tenta dapprima di negarla, in perfetta sintonia con parenti e amici (una banalità, una cosa passeggera, uno "scossone del tram"),
in nome dell'incorruttibile continuità di tutte le cose del suo mondo.
Ma a un certo punto ogni tentativo di occultamento frana.
Scrive Tolstoj: "... all'improvviso la questione gli parve sotto una luce completamente diversa: macchè intestino cieco, macchè rene!
Non è una questione di un intestino cieco o di un rene, è una questione di vita e... di morte".
Evasioni e distrazioni non impediscono a Ivan Il'ic di percepire la morte; ne aveva sentito parlare sin dai banchi di scuola quando imparò il sillogismo:
Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale.
Questo sillogismo, per tutta la vita, gli era sembrato sempre giusto,
ma solo in relazione a Caio, non in relazione a se stesso.
Un conto era Caio, l'uomo in generale, un conto era lui,
"che non era Caio, nè l'uomo in generale, ma un essere particolare, diverso completamente da tutti gli altri".
Nel silenzio della sua solitudine Ivan Il'ic riesce, forse per la prima volta, a riattraversare criticamente la propria vita, forse per la prima volta sente emergere dentro di sè non una voce articolata
e sentenziosa (il linguaggio degli altolocati) ma la propria voce.
Rivà indietro con la memoria, in cerca di conferme della sua convinzione di essere semplicemente vissuto "bene, piacevolmente"; ma, con un progressivo raccapriccio,
rintraccia solo nella sua lontanissima infanzia, solo in qualche momento della sua adolescenza, "qualcosa di effettivamente piacevole che sarebbe pronto a rivivere se potesse tornare indietro".
Ma la persona che aveva provato quei momenti piacevoli non c'era più: sembrava il ricordo di qualcun altro.
Tutto ciò porta Ivan Il'ic alla consapevolezza della sua non esistenza, del suo essersi sempre mantenuto nell'ambito della sopravvivenza.
Arriva fino al punto di distinguere, nella sua vita, le rare tentazioni che lo avevano portato fino alle soglie di una qualche possibile trasgressione: "certe sue velleità di lotta, appena percettibili
contro ciò che era ritenuto buono dalle altre persone più altolocate,
tentazioni appena accennate che si era affrettato ad allontanare da sè. "E questo suo sapere provoca un nuovo dolore, un dolore vero:
il suo aver fatto tutto secondo il dovere, l'obbedienza alle regole, aveva ucciso la sua personale possibilità di volere;
la scelta per la sopravvivenza aveva distrutto la sua esistenza".
Gli rimanevano 3 giorni di vita e sempre più si evidenziava in lui la necessità di dare un senso al suo scomparire.
Proprio prima di morire nasce in lui qualcosa di nuovo:
guarda sua moglie finalmente come "una persona" e le lacrime lavano via ogni decoro, riconosce ed è riconosciuto, forse per la prima volta dal figlio.
Ma che cosa fare?
"Come riscattare in pochi istanti una intera non esistenza?
Forse trasgredire le regole;
con una propria autentica intenzionalità volere morire per liberare gli altri, pietosamente, dalla attesa mortificante della propria agonia".

      
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categoria:verde

domenica, 13 maggio 2007


Domani un nuovo giorno, un giono di festa, la Tua festa,
non il solito risveglio….
Ricordi mamma quando da piccolina tornavo a casa nascondendo dietro la schiena il regalino che avevo fatto per te a scuola?
Tu fingevi di non accorgerti di nulla ed io correvo a nasconderlo nel mio posto segreto aspettando "il momento" in cui avrei potuto donartelo. Rivedo ogni tuo sorriso. Sento ogni tua carezza.
Mamma che belle quelle mattine, quando entravo silenziosa nella tua stanza e mi accoccolavo accanto a te dandoti il Buongiorno
con un bacino... Ti sembra sia passato tanto tempo???
E’ proprio in tutti questi anni che ho imparato a conoscerti
e ad amarti più di ogni altra cosa al mondo.
Tu sei una donna splendida che con forza, tenacia, spirito di sacrificio, ha saputo costruire la “sua” vita, donarla a me e a Regina, restare sempre vicino a Nostro padre, senza mai farci mancare nulla. Hai saputo farti da parte, anche se non era facile,
per farci vivere la “Nostra” vita senza condizionamenti.
Certo che non è stato facile con due caratteri forti come i nostri, ma la tua dolcezza alla fine, ha vinto sempre e la tua saggezza,
ha  saputo riportarci sulla giusta via.
Ci hai armate in difesa da un mondo che troppo spesso, ci chiede di stare in guardia e allo stesso tempo, ci hai incoraggiate ad andargli incontro senza paura.
Mi sento così fortunata e felice di essere tua figlia!
Con te vorrei restare stretta in un forte abbraccio…
anche in silenzio, perché le parole non servono a molto fra noi
che siamo una cosa sola.
Essì, certe volte succede che le incomprensioni ci spingano su due fronti, ma abbiamo il nostro modo per incontrarci a metà strada
ed è questa la cosa più importante...
Ritrovarci Sempre e rimanere unite.
Ci sono talmente tante cose che vorrei dirti….
se parlo così tanto ( in questo caso scrivo) è anche colpa tua….
di tutte le favole che mi hai letto da bambina, di tutti i super-stimoli che mi/ci hai dato, perché tu volevi che io e Regy diventassimo speciali.
Non so se abbiamo esaudito tutti i tuoi desideri, ma sappiamo bene che per te siamo speciali…… come tu lo sei per noi.
Ricorda che porto dentro di me tutto quello che sei, perchè
"da grande" è a te che vorrei assomigliare.
Lo so che hai dovuto rinunciare a tanto e non sai quanto vorrei che la tua vita fosse stata più semplice...
Spero solo che oggi tu non te ne sia pentita.
Voglio dirti che cercherò sempre di fare di tutto per renderti orgogliosa.
Essì, siamo alle promesse conclusive ^_^
(Finalmente? Ma come Finalmente...)
ehm... e alle richieste ^_^
Ho ancora tanto da imparare da te.
Ho bisogno del tuo aiuto, dei tuoi consigli, dei tuoi sorrisi
e dispettucci… Ho bisogno di accoccolarmi accanto a te e di sentirmi ancora un po’ bambina.
Domani sai che non ci sarò e che non potrò starti accanto per tutto il tempo che vorrei.
Domani, non ci sarà neanche l'altra tua "piccolina"...
(ops... la piccolina è diventata mamma!!!)
E sai che avrei voluto organizzare qualcosa di speciale per te...
Ma tu stasera mi hai impartito un’altra lezione.
Le grandezze non servono a molto, la vera ricchezza è volersi bene, sentirsi soddisfatti di sé, essere una famiglia unita.
Ebbene, la “Nostra” è una famiglia solida a prova di terremoto  e “Tu” non puoi che essere fiera di quello che sei.
Forse ho scelto la via più semplice per arrivare al tuo cuore...
le parole e un risveglio accanto a te, nel tuo (e anche un pò mio) lettone.
Per me sei tutto, sei di più...
Sei nel mio cuore e lo riempi tutto.

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categoria:arcobaleno

mercoledì, 02 maggio 2007
Mentre pensavo a come iniziare questo post mi è venuta in mente una parola che più delle altre descrive il mio stato d'animo: "Leggerezza".
E' così che mi sento... leggera.
E' come se avessi finalmente posato un pesante bagaglio portato in spalla per giorni e giorni. Avverto un pò di stanchezza, ma la cosa davvero importante è che sono felice e soddisfatta di me stessa. Gli esami sono andati bene.
In termini numerici un 27 un 29 e un 30.
Certo il primo esame poteva andare meglio, ma non importa...
devo anche un attimino imparare a pesare i voti e a essere contenta per i risultati raggiunti, invece di pensare sempre a quello che manca.
Sono felicissima anche perchè il 29 c'è stato il battesimo del mio nipotino e dopo 3 mesi di lontananza ho potuto trascorrere tempo prezioso con lui.
Ancora fino a domani potrò stare con mia sorella e con Alessadro, poi, dovremo salutarci dinuovo.
Non voglio pensare a questo ora.
Voglio pensare solo a quanto è bello essere insieme.
Anzi, non voglio pensare...
Voglio vivere questi momenti e basta.
C'è solo un ombra che mi rende triste.
Ieri sera ero al pronto soccorso ed è arrivata una ragazza sui 20 anni in preda ad una crisi d'ansia fortissima.
Piangeva, tremava, continuava a ripetere di non potercela fare, di volere solo "qualcosa" che potesse aiutarla a stare meglio. Mi sono avvicinata e ho iniziato a parlarle.
Lei mi ha preso prima le mani, poi, si è proprio aggrappata a me ed io l'ho lasciata fare, prima di scostarla con gentilezza, invitandola a sedersi e a rilassarsi.
Aveva bisogno di essere sostenuta. Aveva bisogno che qualcuno contenesse la sua profonda Angoscia.
Ad un certo punto si è avvicinata una dottoressa...
non l'avevo mai vista prima.
Ha chiesto quale fosse il problema.
Ha aspettato che le spiegassi la situazione poi, mi ha detto "Va bene, ci penso io". La ragazza si è avvicinata alla dottoressa provando a stabilire un contatto, ma lei l'ha allontanata quasi con sdegno dicendole con freddezza "Signorina, la prego non mi tocchi!"
Sono rimasta agghiacciata. Con garbo mi sono rivolta a questa donna col camice bianco (perchè chiamarla dottoressa mi sembra un pò troppo!) e le ho detto:
"Sa... credo che questa ragazza abbia bisogno di un pò di dolcezza in questo momento. E' molto spaventata".
Lei mi ha guardata con una faccia da essere superiore e mi ha replicato:
"Io sono un medico e questo è un pronto soccorso.
La dolcezza non devo dargliela io, ma la sua famiglia."
Poi mi ha dato le spalle e ha incaricato un infermiere di somministrare un calmate alla ragazza.
Credo di aver avuto l'istinto di afferrarla per le spalle e di sbattere la sua testa vuota contro il muro.
O magari di somministrare nel suo cuore insensibile un pò di sentimento.
Io ho continuato a sbrigare le mie pratiche.
Un paio d'ore dopo, quando stavo per andare via sono passata per l'accettazione e mi sono ritrovata faccia a faccia con la pseudodottoressa.
Non ho saputo resistere. Le ho chiesto notizie della ragazza e lei mi ha risposto: "Niente che un buon calmante non potesse risolvere. Era solo una crisi d'ansia."
Che rabbia! L'ho guardata in faccia con lo stesso sdegno che avevo visto nei suoi occhi qualche ora prima e le ho detto..
"Sa io sono una psicologa, laureata da poco e ancora in formazione e ho imparato prima di qualsiasi altra cosa che il rapporto umano è alla base di qualsiasi professione medica. Non si può certo lavorare con la sofferenza se ci si schifa difronte a una ragazza in piena crisi che prova a prenderci la mano".
Mi ha praticamente riso in faccia  dicendo che io le sembravo un pò troppo "impressionabile" e poi, con risentimento mi ha chiesto se avevo la presunzione di insegnare a lei come lavorare. Le ho risposto in tutta calma:
"No... credo che lei sia semplicemente affetta da quella sindrome che noi psicologi definiamo Burnout.. nulla che una buona terapia non possa risolvere".
Poi me ne sono andata.

Un Abbraccio a Voi ^_^

postato da: D3SY alle ore 10:23 | Permalink | commenti (67)
categoria:azzurro